Una ricerca su Tusnilde

di Antonio Sisto Rosso

(estratto dal Bollettino Valtortiano n° 11 – luglio/dicembre 1974 / © Fondazione Maria Valtorta Cev onlus)

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Mentre in Gerusalemme cresceva la persecuzione contro Gesù, alla fine del suo terzo anno di vita pubblica, qualche giorno avanti la festa della Dedicazione del Tempio (25 Casleu = 25 Dicembre, anno 29 d.C. a 33° compleanno di Gesù), la matrona romana Valeria mandò a dire al Maestro di trovarsi presso la sinagoga dei liberti romani (L’Evangelo, 167).
Valeria era la moglie d’un funzionario romano al servizio del procuratore Ponzio Pilato, madre della bambina Fausta miracolata da Gesù circa due anni prima (L’Evangelo, 155), in seguito divenuta virtuosa discepola e per ciò ripudiata dal marito (L’Evangelo, 566.1).
La sinagoga dei liberti sorgeva proprio all’opposto del Tempio, sul lato ovest delIa città, presso l’Ippico, il bastione innalzato da Erode il Grande sull’angolo nord-ovest della sua reggia e sovrastante la via di Giaffa (L’Evangelo, 167); Paulin Lemaire e Donato Baldi, Atlante storico della Bibbia, Torino, Marietti 1955, tav. XI, p. 214-216, 260-264).
Appena Gesù venne segnalato al principio della via della sinagoga, Valeria gli andò incontro con un gruppo di donne, lo ringraziò d’essere venuto e gli chiese se entrava allora in città.
“No. Vi sono dall’ora di prima. Sono stato al Tempio”.
“Al Tempio? Non ti hanno insultato?”
“No. L’ora era mattutina e la mia venuta ignorata“.
“Ti avevo fatto chiamare per questo… e anche perché qui sono dei gentili che vorrebbero sentirti parlare. Da giorni andavano al Tempio in tua attesa. Ma erano beffati e minacciati anche. I eri c’ero anch’io ed ho capito che ti si attende per insultarti“.
Poi gli presentò le compagne così:
“La mia liberta Tusnilde. Barbara due volte, Signore. Delle foreste di Teotuburgo. Una preda di quelle imprudenti avanzate che tanto sangue hanno costato. Mio padre la regalò a mia madre, ed ella a me, alle mie nozze. Dai suoi dèi ai nostri. Dai nostri a Te, perché essa fa ciò che io faccio. È buona tanto. Le altre donne sono mogli ai gentili che ti attendono. Di ogni regione. Per lo più sofferenti. Venute con le navi dei mariti”  (L’Evangelo, 534.1).
Accolto rispettosamente dal sinagogo Matatia Siculo, Gesù entrò nella sinagoga e vi ammaestrò, oltre a degli israeliti e proseliti sinceri, anche gentili di ogni parte del mondo: di Creta, Fenicia, Ponto, Frigia, e perfino delle spiagge dove s’apriva “lo sconosciuto mare, via a sconosciute terre“ in cui pure Egli sarebbe stato amato (L’Evangelo, 534.8; Atti degli Apostoli VI, 9). Contro l’interpretazione di certi esegeti, si trattava di un’unica sinagoga accogliente gente di varia estrazione etnica e religiosa, compresa Tusnilde.
Leggendo questo nome, mi son detto: Tusnilde! Chi era costei? Personaggio reale o fittizio?
Anzitutto mi son posto alla ricerca del toponimo Teotuburgo. L’ho trovato nella Germania nord-ovest, seppure con grafia leggermente diversa, cioè Teutoburg. È un rilievo collinoso ricoperto di una foresta di faggi che dalle sorgenti del fiume Lippe si estende verso NO per 113 km di lunghezza e 3-10 km di larghezza fino a Rheine sul fiume Ems. Vi si svolse la battaglia della Selva di Teutoburg (in tedesco, Teutoburger Wald), combattuta nei giorni 9-11 settembre dell’anno 9 d.C., fra le legioni romane del Reno comandate da Publio Quintilio Varo e i Cherusci ribelli guidati da Arminio, e conclusa colla disfatta dei Romani. Unica fonte storica della Selva di Teutoburg è Publio Cornelio Tacito (circa 55-120 d.C.), Annales, I, 60, descrivente la battaglia del 15 d.C. contro i Brutteri “non lungi dalla selva Teutoburgense” (haud procul Teutoburgiensi saltu) dove, a quanto si diceva, rimanevano insepolti i resti di Varo e dei suoi legionari.
Gradualmente le legioni romane si riorganizzarono e ripresero posizione contro le tribù germaniche in continuo fermento. Sul principio del 15 d.C. Germanico accorse dalla Gallia in aiuto a Segeste, capo dei Cherusci, che la sua stessa gente aveva assediato per indurlo a unirsi al proprio nipote Arminio nella lotta contro i Romani. Germanico sconfisse gli assedianti, liberò Segeste, ma ritenne prigioniera — con molti altri — la di lui figlia Tusnilde in quanto moglie e fedele partigiana di Arminio.
Costui, al tempo della sua ribellione contro Varo, rapì questa figlia di suo zio paterno benché fosse stata promessa a un altro, indi la sposò e ora ne aspettava un figlio, che poi entro l’anno nacque in cattività e fu chiamato Tumelico. Tacito (Annales, I, 57-58 e altrove) narra le vicende della moglie e del figlio di Arminio senza mai darne i nomi, che invece sono esattamente registrati da Strabone, storico e geografo greco del 63 a.C.- 25 d.C. circa, in Geografia, VII, 292.
Una volta in Germania nord-ovest, Germanico ingaggiò battaglia contro i ribelli e ottenne brillanti seppur parziali vittorie. Geloso dei di lui successi, Tiberio nel 16 d.C. lo richiamò col pretesto di pacificare l’Oriente (Tacito, Annales, II, 5) e gli decretò il trionfo, che di fatto si svolse alla presenza dell’imperatore il 26 maggio dell’anno 17. Sul carro del trionfo erano Germanico coi suoi cinque figli, Segeste col figlio Sigismondo e la figlia Tusnilde col di lei figlioletto Tumelico di tre anni. Seguivano altri notabili, prigionieri di guerra, trofei, nonché plastici dei monti, fiumi e combattimenti di quelle remote regioni (simulacra montium, fluminum, proeliorum: Tacito, Annales, II, 41). Questi plastici e relative didascalie costituivano una preziosa fonte storico-geografica per gli archivi di stato.
La testimonianza poi di Strabone (Geografia, VII, 291-292) riveste un valore singolare, in quanto egli fu contemporaneo ai fatti narrati e con ogni probabilità spettatore del trionfo durante la sua ultima visita a Roma negli anni 17-18, inserendone le ultime notizie nella sua opera già praticamente compiuta nel 7 a.C. Egli è l’unica fonte storico-onomastica di Tusnilde e Tumelico. La sua contemporaneità e presenza spiegherebbero la precisione e dovizia delle sue notizie circostanziali e onomastiche, a differenza di quelle più generiche e impersonali di Tacito che, scrivendo i suoi Annales molto più tardi, ignorava certi dati e nomi o non li riteneva ormai degni di particolare menzione.
Dall’anno 17 al 29 Tusnilde passò per vicende in buona parte ignote. Dopo il trionfo di Germanico, da prigioniera certo divenne schiava. Nell’autunno del 19 perdeva il marito Arminio, ucciso a 37 anni in patria dai suoi stessi gregari perché aspirava al regno (Tacito, Annales, II, 88), mentre il 10 ottobre dello stesso anno moriva avvelenato ad Alessandria d’Egitto il suo buon padrone Germanico (Tacito, II, 71). Quindi il figlioletto Tumelico le veniva tolto e mandato a Ravenna perché fosse allevato all’uso romano (Tacito, I, 58) ed ella stessa veniva ceduta — probabilmente da Agrippina, vedova di Germanico — al padre di Valeria che la passò alla madre e questa alla figlia in regalo di nozze.
Sposa novella e prossima alla maternità, Valeria si portò Tusnilde in Giudea nel 27, quando andò a raggiungere il proprio marito, funzionario di Pilato (L’Evangelo, 531.11). In principio del 28, Valeria ottenne da Gesù la guarigione della sua bambina Fausta e gradatamente si converti al Salvatore. Per questo il marito di lei, immerso nel più sensuale paganesimo, la abbandonò. Ella invece progredì nella nuova fede, un bel giorno affrancò Tusnilde e così in dicembre del 29 la poté presentare a Gesù come la sua liberta.
L’Evangelo come mi è stato rivelato (L’Evangelo, 583.14) ricorda ancora Tusnilde in relazione a un convegno di discepole invitate da Gesù nella villa di Lazzaro a Betania il venerdì avanti il suo ingresso trionfale in Gerusalemme (31 marzo 30 d.C.), ossia una settimana avanti la sua morte di croce, a ricevere le sue ultime istruzioni ed esortazioni. Allora Valeria confidò a Gesù che i suoi parenti le avevano mandato una della sua famiglia a persuaderla di tornare in Italia con molte promesse di gioie future. Ella invece era decisa di rimanere assieme a Tusnilde dove Gesù le aveva salvata la figlia, dove era nata la sua nuova fede e dove tutto parlava di Lui. E sentendo che Gesù raccomandava a qualche discepola di tenere i bambini ben custoditi in casa nei prossimi giorni di odio, tumulto e delitto, Valeria disse: Manderò Fausta con Tusnilde a Bétèr prima del tempo fissato. Doveva andarvi dopo la Festa [di Pasqua].
Bétèr era il sito dove Giovanna, altra miracolata e discepola, possedeva una villa circondata da vasti e incantevoli giardini e vivai, e dove amorevolmente ospitava Valeria e i di lei familiari, compresa Tusnilde. Benché confortata dalla sua nuova fede e dall’affetto delle condiscepole, Tusnilde certo soffriva per la separazione dal figlio. Forse ella mai seppe che Tumelico aveva incontrato fine miserevole già nel 47 d.C., a soli 32 anni (Tacito, XI, 16 ).
È possibile che Tusnilde sia menzionata in qualche altro scritto di Maria Valtorta, come la storia inedita dei primi cristiani e martiri. Comunque, da questi accenni si può inferire che Tusnilde rimase fedele e fervente nella nuova religione, che la consolava dei tanti strazi sofferti: rapimento da parte di Arminio, guerre, prigionia, schiavitù, morte del marito, violenta separazione dal figlio in tenera età, cambio di padroni, perigliosi viaggi e indicibili disagi. Ora finalmente la sua sofferenza aveva uno scopo e un conforto supernaturale.
Molti componimenti ‘letterari rappresentano Arminio come l’eroe dell’indipendenza germanica da Roma e Tusnilde come il tipo della donna germanica che nelle guerre contro Roma seguiva il marito, combatteva al suo fianco, ne divideva la sorte rischiando la morte o la prigionia. Questa produzione letteraria comprende numerosi dialoghi, romanzi, drammi, tragedie e opere musicali, però ha scarso o nessun valore storico. Se ne può leggere una rassegna in Dizionario letterario Bompiani delle opere e dei personaggi di tutti i tempi e di tutte le letterature (vol. VIII, Milano, Valentino Bompiani 1950), p. 74-76, 841-843. Il Museo Capitolino di Roma conserva un busto di Arminio di epoca romana, mentre la Loggia dei Lanzi di Firenze mostra una statua ritenuta di Tusnilde in postura eretta e mesta, forse opera rinascimentale.
In conclusione, la Tusnilde de L’Evangelo come mi è stato rivelato è indubbiamente la stessa persona indicata da Tacito come “moglie di Arminio“ e chiamata dal greco Strabone Thousnelda (Θоυσνέλδα).

Antonio Sisto Rosso o.f.m., autore del presente articolo, fu missionario in Cina negli anni 1931-1940. Passato in U.S.A., vi conseguì il dottorato di ricerca presso la Columbia University di New York, e negli anni 1945-1954 insegnò storia e filosofia dell’Asia e lingua cinese alla Catholic University of America di Washington. È coeditore della raccolta Sinica Franciscana presso il Collegio Internazionale S. Antonio di Roma. Ha letto otto volte l’opera L’Evangelo come mi è stato rivelato, scoprendovi sempre qualcosa di nuovo.