La domanda più frequente che i nostri lettori ci stanno ponendo (dall’Italia e dall’Estero) è quella di avere notizie sulla causa di beatificazione di Maria Valtorta, che quasi dànno per scontata.Non possiamo fare altro che rispondere che la causa non è stata introdotta, ma ci rendiamo conto che i lettori vorrebbero saperne di più e che a volte non hanno idee chiare. Perciò ora trattiamo la questione sul Bollettino, che di solito, nel presentare le pubblicazioni e nel dare notizie valtortiane di qualche rilievo, si serve come supporto di un argomento sollecitato dai lettori.
Non parliamo, però, di una causa (quella per Maria Valtorta) che ancora non c’è, ma della causa in genere, senza trascurare del tutto la possibilità che si introduca quella auspicata. E lo facciamo con il linguaggio semplice e informale di chi sa certe cose per esperienza e non per competenza.

Rischiando di dare l’impressione di voler partire da lontano, vogliamo ricordare che la santità dovrebbe essere non l’eccezione ma la regola per il cristiano.
L’uso, consolidato nei secoli, di proclamare solennemente determinati santi e di inserire i loro nomi in un calendario liturgico, ci ha fatto quasi dimenticare che nelle primitive comunità cristiane tutti i fedeli erano chiamati “santi”. Negli ultimi decenni, con il moltiplicarsi dei processi di beatificazione, che portano a far venerare non solo certi giganti dello spirito già noti quando erano in vita, ma anche persone comuni che altrimenti resterebbero sconosciute, si è affievolita l’idea della santità come privilegio di pochi. In realtà, la santità che nutre il terreno della Chiesa resterà sempre in gran parte nascosta.
Non si contano i santi ai quali la Chiesa deve molto ma che non sono stati individuati o che, comunque, non vengono proclamati e neppure considerati per un processo canonico. In molti casi, poi, il nascondimento è più fruttuoso di un riconoscimento.

Di norma, il processo di beatificazione e canonizzazione viene introdotto dal vescovo della diocesi nel cui territorio il soggetto ha chiuso la sua vita terrena. Bisogna farne richiesta formale, che può essere avanzata da un Ordine religioso, per esempio, o promossa con una raccolta di firme. In genere la richiesta viene presentata al vescovo da un Postulatore, che è l’ecclesiastico competente in materia.
Tutto il processo, che ha carattere istruttorio, si svolge dinanzi al vescovo diocesano che lo ha introdotto. Deve effettuare indagini e raccogliere prove sulla esemplarità di vita cristiana del soggetto, sulle sue virtù praticate in grado eroico, sull’ortodossia dei suoi scritti. Può durare degli anni e potrebbe perfino arenarsi, ma è sufficiente averlo iniziato perché il soggetto sia chiamato “Servo di Dio”.
Gli atti del processo vengono trasmessi a Roma, alla Congregazione delle Cause dei santi, alla quale spetta decidere. Se non si richiedono supplementi di indagine, si può arrivare al decreto sulla riconosciuta eroicità delle virtù, che viene letto dinanzi al Papa e alla presenza di cardinali in un atto solenne. Così il “Servo di Dio” diventa “Venerabile”.
A questo punto ci vuole il miracolo (una guarigione portentosa e inspiegabile) chiesto e ottenuto per l’intercessione del Venerabile anche quando era soltanto Servo di Dio. L’autenticità del miracolo deve essere accertata dall’apposita commissione medica e convalidata dalla commissione teologica. Il decreto sul miracolo, anch’esso proclamato alla presenza del Papa, conclude il processo. Nella stessa occasione, o a breve termine, viene comunicata la data della beatificazione, che quasi sempre è fatta in San Pietro nel corso di una Messa solenne celebrata dal Papa.
Il “beato”, proposto come modello di santità, riceve nella Chiesa un culto limitato ad un territorio o ad una istituzione religiosa. Per essere venerato nella Chiesa universale, occorre che il suo nome sia inserito nell’elenco ufficiale dei santi, che si chiama “cànone”. L’atto definitivo della canonizzazione, essendo successivo alla beatificazione, che è il risultato di un processo, dovrebbe richiedere una procedura più snella; eppure ci sono “beati” rimasti tali da tempo immemorabile. È ancora il Papa che proclama il “santo” con un rito solenne.
Il Papa – vogliamo ricordarlo – è al di sopra di tutte queste norme. Egli può abbreviare una procedura o dispensare da una formalità. Può perfino proclamare un “santo” facendo a meno del processo, cioè di propria iniziativa (motu proprio), per convinzione personale. Non è mai successo nei tempi moderni, ma non per questo è da ritenersi inammissibile.

La beatificazione è senza dubbio un alto riconoscimento e la canonizzazione è il massimo che si possa ottenere nella Chiesa per una persona e per la sua opera. Tuttavia, quando le sentiamo ipotizzare per Maria Valtorta, si riaffaccia un nostro (opinabile) modo di vedere.
Riteniamo che l’Opera sia più importante della persona. Si è imposta fin dalla sua prima edizione, apparsa senza il nome della scrittrice che non voleva essere conosciuta da viva. Si diffonde nel mondo cattolico da mezzo secolo e senza interruzioni, ma non ha mancato di conquistare anche non-cattolici e non-credenti, operando conversioni. Orbene, il ricono­sci­­mento ecclesiastico farebbe stare tranquilli, è vero, quei lettori catto­lici che sono ancora esitanti; ma potrebbe insospettire e frenare i let­tori, siano essi effettivi o potenziali, di altre confessioni o di nes­suna confessione, che forse si avvicinano all’Opera (e ne ricevono un be­neficio spirituale) proprio perché il potere ecclesiastico (non la Chiesa) l’ha respinta.
Tra i cattolici non sono pochi quelli che sognano un’approvazione ufficiale che finalmente lasci andare l’Opera per le vie del mondo. Noi invece, che restiamo desti per non sognare, vediamo ad occhi aperti il cammino lento, silenzioso, intermittente dell’Opera, che non solo ha potuto fare a meno di appoggi di qualsiasi natura, ma si è sempre ripresa dai colpi mirati a stroncarla.
Il giorno della proclamazione spunterà: ne siamo certi più di ogni altro. Verrà non a permettere che l’Opera possa espandersi, ma a riconoscere che ha vinto per un miracolo del Cielo.

Nessuno deve occuparsi di chiedere l’introduzione della causa per Maria Valtorta, perché è stato già fatto. Non da noi editori, che però collaboriamo (accantonando le nostre vedute) in tutto quanto ci viene richiesto, ma da chi ha voluto e potuto farlo in modo autorevole e formalmente corretto. La richiesta ha avuto qualche sviluppo, ma il suo esito è incerto.
Consideriamo, intanto, la posizione del vescovo che ha rice­vuto l’istanza. Se la accoglie, riconosce a Maria Valtorta il titolo per lui impegnativo di Serva di Dio. Se la respinge, non si salva certo dalle critiche. Scotta il nome di Maria Valtorta. Il vescovo potrebbe addurre di non disporre del personale che possa dedicarsi al complesso esame che la causa richiede, facendo così dirottare la pratica verso un’altra curia più attrezzata e che abbia titolo per rientrare nella competenza del caso. (Non sarebbe male, secondo noi, poter coinvolgere più vescovi. E se ad occuparsene fosse la Conferenza Episcopale Italiana?).
Quello che più conta, sempre secondo noi, è che i vescovi possano vederci chiaro: perché l’Opera della Valtorta è stata contrastata? con quali argomenti? perché è stata anche molto apprezzata? da chi e con quali criteri? Anche se l’indagine di una causa di beatificazione verte sulle virtù cristiane della persona, l’Opera è pur sempre il riflesso di quelle virtù. Nel nostro caso è l’Opera ad aver suscitato un interesse di dimensione mondiale, che dura da cinquant’anni e tuttora, pianamente, cresce.
Senza voler peccare d’immodestia, dobbiamo dire che noi editori abbiamo previsto con largo anticipo la necessità di fare chiarezza con un libro. Lo abbiamo intitolato Pro e contro Maria Valtorta. È alla sua terza edizione. Se ne è occupata la rivista “Studi Cattolici” con un bell’articolo di Bruno Amadio, apparso sul numero di luglio-agosto 2002. Sarebbe opportuno che il nostro libro raggiungesse i Vescovi delle 226 diocesi italiane.

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