La valle dello Yarmuq

Un’altra volta Gesù e i suoi sbarcano a sud-est del lago di Tiberiade, per raggiungere la città di Gadara.
“Tu la sai la via più breve per andare a Gadara, non è vero? Te la ricordi?”, chiede Gesù. “E come! Quando saremo alle sorgenti calde sul Yarmoc non avremo che seguire la via”, risponde Pietro. “E le sorgenti dove le trovi?”, chiede Tommaso. “Oh! basta avere naso per trovarle. Puzzano qualche miglio avanti di esserci!”, esclama Pietro arricciando con disgusto il naso (L’Evangelo, 356.1)… “Quello è lo Yarmoc e quelle costruzioni le terme dei romani. Oltre quelle è una bella via tutta lastricata che va a Gadara” (L’Evangelo, 356.3).
Lo Yarmoc (Yarmuq) è un affluente senza storia della riva sinistra del Giordano, a 6 km a sud del lago di Tiberiade, lungo 57 km. Il suo nome non appare neanche nella Bibbia, ma si trova solo nel Talmud. Molte sorgenti calde (la cui temperatura supera talvolta i 50°) sono situate nella valle dello Yarmuq. L’antico nome greco del sito conservato nell’arabo Tel Hammi è in effetti l’alterazione araba della parola bagno in lingua greca. Le vestigia di Hammat Gader furono parzialmente disseppellite ed esaminate nel 1932, ma è solo dal 1979 che degli scavi permisero di portare alla luce l’insieme, che oggi è una località  turistica molto apprezzata dagli israeliani.

Le terme romane con le loro sorgenti di acqua calda

Maria Valtorta sente anche acri odori di acque solforose (L’Evangelo, 356.3), menzionando una particolarità di queste acque, come le descrivono le guide turistiche contemporanee. Ma questo fatto era totalmente sconosciuto nel 1945. Il nome antico e poco conosciuto del sito è anche menzionato più in là, in un breve dialogo: “Il lago si era fatto caldo più che alle acque di Hamatha” (L’Evangelo, 450.2).
Non ci si meraviglia più quando il gruppo apostolico passa per una bella via, pavimentata a larghi lastroni, che conduce alla città in cima alla collina, bella fra la sua cinta di mura (L’Evangelo, 356.3), poiché la strada romana che porta a Gadara è effettivamente superba, con i suoi larghi lastricati, appollaiata sulla collina, come lo testimoniano oggi le numerose foto del sito archeologico di Gadara.

Il cardo maximus di Gadara, una bella via, pavimentata a larghi lastroni

Il cardo maximus di Gadara, una bella via, pavimentata a larghi lastroni

Gesù e i suoi apostoli entrano nella città e Maria Valtorta allora precisa: La via diviene arteria ornata di portici e fontane. E si orna di piazze l’una più bella dell’altra. Si incrocia con un’altra arteria uguale, e certo nel fondo è un anfiteatro (L’Evangelo, 356.7).

Le rovine di Gadara (oggi Umm Qais) mostrano effettivamente una fiorente città greca, con 3 teatri in basalto, dei bagni romani, un tempio, delle strade lastricate, dei negozi.
“Una città considerevole, capitale della Perea”, a detta dello storico Giuseppe Flavio.

Potrei menzionare ancora decine e decine di luoghi perfettamente descritti da Maria Valtorta, ma non designati con il loro nome, come il piccolo seno fra due basse colline nel quale spuma un torrentello bizzoso (L’Evangelo, 94.2), per descrivere il torrente di Corozain, il wadi Kérazeh che si getta nel lago di Tiberiade.
O come quella strada che costeggia il torrente in direzione nord-est, in una zona di una fertilità meravigliosa e molto ben coltivata (L’Evangelo, 287.4), quando Gesù si dirige verso Gerasa. Il fiume che scende da Gerasa, effettivamente dal nord-est al sud-ovest, è il Chysorrhoas, il fiume d’oro, il cui nome traduce il ruolo che gioca da sempre questo corso d’acqua nella fertilità eccezionale della sua vallata.
Oppure come l’altro corso d’acqua (è il wadi Amud, tra Cafarnao e Genezaret) sulla riva del quale Gesù e i suoi fanno una sosta, mentre vanno da Cafarnao a Magdala: “… dove è quel rio. Ivi mangeremo…” (L’Evangelo, 182.6 e 183.1).
E come non ricordare una piccola, piccolissima borgata. Un pugno di case. Una frazione, diremmo noi ora. È più alta di Nazareth, che si vede più sotto, e dista dalla stessa pochi chilometri. Una borgatella misera misera (L’Evangelo, 106.5). Gesù vi trova rifugio dopo che i Nazareni tentarono di precipitarlo dall’alto di un dirupo (Luca 4,29). Egli vi passa un’altra volta, venendo però da Cana, dal lato opposto, salendo per fresche scorciatoie che portano a Nazaret… Quando viene raggiunto lo scrimolo di un colle… Maria Ss. ricorda: “Venni a quel paesello a mezza costa, con i nipoti, quando Gesù fu cacciato da Nazaret” (L’Evangelo, 244.1/2).
Situato a metà distanza tra Cana e Nazareth, il monte Har Yona (collina alta 550 m) è a 4,5 km a nord-est di Nazareth. È l’unico punto della regione che sia più alto di Nazareth, come lo rimarca Maria Valtorta. Eppure questa indicazione non figurava in nessuna carta nel 1945!
Citiamo anche il wadi Nimrim Shu’eib, che Maria Valtorta descrive così: un torrente che certo va a gettarsi nel Giordano, ben nutrito d’acque che scendono da chissà quale cima (L’Evangelo, 286.1), quando Gesù si reca a Ramot venendo da Gerico. Ancora ai nostri giorni, questo wadi Nimrim Shu’eib è classificato (con lo Zarqa e lo Yarnouk) come una delle principali sorgenti di acqua dolce della Giordania. Il significato etimologico del nome di questo torrente è “le acque abbondanti”. Il caso avrebbe potuto ispirare in questo modo Maria Valtorta?
Un’altra volta, mentre Gesù attende gli apostoli presso Aczib, la Valtorta dà una descrizione precisa del luogo, aggiungendo: sulla cima, proprio sulla cima più alta di un monticello sul quale è anche un paese (L’Evangelo, 325.1). E proprio in quest’area sono state scoperte recentemente le rovine di un villaggio molto antico, Khirbat Humsin (a Tall Hammoudout), del tutto sconosciuto all’epoca in cui Maria Valtorta scriveva.
Oggi si può affermare, con prove alla mano, che le descrizioni geografiche da lei fornite nella sua opera non sono l’espressione di una immaginazione poetica, ma piuttosto la descrizione minuziosa e metodica di luoghi esistenti che, per un fenomeno che la scienza non spiega, ella potrebbe aver visto realmente.
Questi pochi esempi permettono – io lo spero – di comprendere lo stupore dei lettori che hanno un’eccellente conoscenza dei Luoghi Santi e questa osservazione di Gesù a Maria: “Giorni or sono dicesti che muori col desiderio inappagato di vedere i Luoghi Santi. Tu li vedi e come erano quando Io li santificavo con la mia presenza. Ora, dopo venti secoli di profanazioni venute da odio o da amore, non sono più come erano. Perciò pensa che tu li vedi e chi va in Palestina non li vede” (I quaderni del 1944, 3 marzo).

Le rovine di Gadara (oggi Umm Qais)

Le rovine di Gadara (oggi Umm Qais)

I geografi e gli archeologi possono accertare che le informazioni, che si trovano nell’opera di Maria Valtorta, corrispondono alle osservazioni, scoperte e ricostruzioni archeologiche più recenti. D’altronde l’esattezza di questi dettagli rafforza la credibilità dell’insieme. E non c’è dubbio che l’opera valtortiana possa perfino essere l’origine di nuove scoperte archeologiche, quando gli specialisti avranno più pienamente preso coscienza della pertinenza e della ricchezza di queste descrizioni.

Nota: Il lettore attento avrà notato che le descrizioni sono molto minuziose nei primi volumi, poi divengono un po’ più contenute negli ultimi volumi, in conformità alle parole di Gesù a Maria: “Ti autorizzo ad omettere le descrizioni dei luoghi. Tanto abbiamo dato per i ricercatori curiosi. E saranno sempre ‘ricercatori curiosi’. Nulla più. Ora basta. La forza fugge. Serbala per la parola. Con lo stesso animo col quale constatavo l’inutilità di tante mie fatiche, constato l’inutilità di tante tue fatiche. Perciò ti dico: ‘Serbati solo per la parola’” (L’Evangelo, 297.5).

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